This is a tumblelog, kinda like a blog but with short-form, mixed-media posts with stuff I like. Scroll down a bit to start reading, or a bit more to read more about me.
“Scientology” by Lorenz Konrad
I saw Religion fighting Science the other day. Religion lost, got beaten up real bad. So there it went, down the streets begging for money. After begging inside and outside churches, Religion got rich enough to buy Science off. But Science, Science was a cheaty creature you see. Always liked to stand closer to the warmth of truth and never shut the hell up. Then Spirituality came around and all men of Religion and Science lost their job, mr.Market Crisis was in town.
“Res publica e banane” by Lorenz Konrad
Sono rimasto a casa stasera. Bloccato. Da cosa di preciso non saprei, bloccato comunque. Forse mi ha sfiorato il pensiero che stasera era una buona sera per pensare. Ho deciso di guardarmi il fondoschiena per capire se assomigliasse ad una pentola mondialcasa, le maniglie ergonomiche le ho intraviste. Non ricordo cosa dicesse Enzo Biagi. La lezione di Mastrota però la conosco a memoria. Batteria di pentole, quando ne prendi una devi prenderle tutte. Sì, anche tu hai delle maniglie, l’amore c’entra molto poco.
Pausa.
Di nuovo, qui. Sono uscito, sono tornato poi. Di nuovo. Qui. Non mi è bastata una sera per condensare il mio disagio in una forma che riuscisse a darmi una qualche pace, precaria. Come tutto del resto. Il tuo paese, la tua società, la tua identità, il concetto di tuo anche. Mai guardarsi dentro, mai guardare fuori. Una distesa costellata di morti a galla molto superficiali. Corpi sottili, anime vuote. Costruirsi attorno muri per poter smettere di guardare oltre. Dividersi dagli altri per riconoscersi nell’ignoranza del proprio vicino.
E’ una domanda che ti disturba, neanche fosse la sveglia di lunedì alle sei. Suona. Ogni giorno. Tutti i giorni. E’ sempre lunedì e sono sempre le sei. Che tempo fa là fuori? La domanda è ciclica. Il mio pensiero non è da meno, si adegua a quello che gli procura meno disturbo. Mi verrebbe da rispondere che di sicuro non è più il tempo delle mele. Non è più neanche il tempo delle pere. La domanda si ripresenta. Salve. Che tempo fa là fuori? Ci penso su. La vita ha la sua ironia, la storia la sua ciclicità. Un cerchio dal retrogusto amaro. L’altro ieri c’era Craxi, ieri c’era Berlusconi. Cambia la destinazione last minute ma la storia no, quella non la si cambia mai. Da tempo mettevo da parte questi inutili centesimi, sembrava non avessero ragion d’essere. Invece. Questo è il tempo delle monetine, questo è il tempo dell’esilio. Dalla scrivania mi scrutano. Le monetine, chiedono un senso. Mi immagino tra cinque, dieci anni. In macchina per le strade di Roma e conservare purtroppo il dono della memoria. Dopo aver percorso diligentemente viale Bettino Craxi, ritrovarmi imbottigliato in una rotonda immensamente inutile. Piazza Silvio Berlusconi. Lì, dietro al Palazzaccio. Ora più che mai, il suo nome ha senso.
Processi brevi, buonuscite lunghe per il Messia, per i suoi discepoli. Noi ce la passeremo sicuramente peggio. Niente spiccioli per Lampedusa, L’Aquila, Pompei o Genova. Niente per dei senzatetto straripanti di dignità. Niente resto per la cultura. Niente per chi non ha né pane né denti. Di questo ringrazio la “sinistra” Italiana, Alighieri non avrebbe nessun riguardo per voi. Reali, come il tunnel di neutrini tra la Svizzera e l’Italia. Antimateria etica, questo siete. Ringrazio anche quelli che hanno pasteggiato con il Messia. A voi che avete difeso l’indifendibile, a voi che gli avete mandato vostra figlia, a voi che l’avete votato, confermato, riconfermato. Se questi sono Italiani, la tregua. La vera secessione dovrebbe avvenire tra voi ed il vostro corpo.
Pausa.
Ieri dicevamo. Mi sembra di ricordare. Erano in due ad avere il dono della parola. Poveri comunisti, facilmente riconoscibili da un’agendina rossa. Adesso. L’avanguardia critica la fanno gli stipendiati Fininvest. Alzano la testa per la prima volta dai tempi dello svezzamento. A lavarsi le mani si sta poco, con la coscienza però si fa fatica. Per dormirci sopra bisogna prima trovarla. Su Ebay è andata a ruba. Nel mentre. Il TG1 continua a fare del sano giornalismo, la notizia d’apertura stasera è che la merda c’era anche prima della discesa in campo del Messia. Giro la televisione verso Est. Stendo un tappeto. M’inginocchio e rendo omaggio al nostro re Mida. E’ vero, la merda c’era anche prima. La sceneggiatura ricorda quella dell’ultima cena, sono moltiplicazioni miracolose queste.
Che tempo fa là fuori? Il berlusconismo è appena iniziato. Non mi preoccupo del Messia, non più. Il tempo del Messia è finito. Questo è il tempo dei suoi proseliti. Infiniti apostoli, in pellegrinaggio a diffondere il morbo, in ogni dove.
Io. Mi ricordo dei vostri nomi. Mi ricordo delle vostre facce. Non ho voglia di sentirvi, di vedervi anche domani. Ho avuto troppi oggi occupati dalla vostra disonorevole presenza. Non ho più un oggi, mi rimane solo un ipotetico domani.
“Credo” by Lorenz Konrad
Credo. Credo poco nel credere in qualcosa. Però credo che per fare qualcosa, qualsiasi cosa, si debba credere. Credo si debba mettere in dubbio il proprio credo. Sempre, questionare. Confermarlo ogni volta per vederlo rinsaldato. Oppure. Costringerlo in un angolo, vederne i limiti e abbandonarlo per un credo migliore. Credo.
“La Casta” by Lorenz Konrad
Politica, altra cosa. Politicanti. Molluschi. Si muovono a ritroso, ritornano su passi falsi fatti da altri. Guardano avanti, camminano indietro. Finta intelligenza. Cieca furbizia. Ventre molle cullato da un gigante esoscheletro. Questa opulenta cattività avignonese piuttosto benevola. Costellazioni di suppellettili in stile Luigi XIV. Giardini alla francese dove perdere se stessi scordandosi degli altri. Mille re sole, senza sole alcuno. Arrocco medievale, il sole dietro la luna. Buio. Buio. Buio. Muraglia cinese. Popolo da una parte, governo dall’altra. Questa linea Maginot, la nostra Bastiglia.
“Artist. Art.” by Lorenz Konrad
H: I’m an artist, what I do is art.
M: artist? art? what’s that?
H: you know..
M: hmm, not quite.
H: well art is.. is..
M: ok, enough about art. what about artists?
H: an artist is.. is..
M: maybe you should change your job or maybe you should just change your mind..
H: what do you mean? I like what I am, I like what I do.
M: so it seems. why trying to categorize yourself then? to feel more meaningful or to be meaningless?”
H: it’s just for explaining what I am and what I do..
M: you really don’t get it, do you? there’s nothing to explain. do you think people can understand you better if you tag yourself?
H: …
M: well?
H: I’m an artist, art is what I do.
“Il Tatuaggio” by Junichiro Tanizaki
Da molti anni Seikichi cullava il desiderio di avere a disposizione la pelle luminosa di una bella ragazza sulla quale tatuare la sua stessa anima. L’aveva a lungo cercata in tutti quei quartieri di piacere di Edo. Teneva scolpita nel cuore la figura di questa sconosciuta e da più di tre anni tale ossessione non l’aveva mai abbandonato. […] Da quel momento, l’indistinto desiderio a lungo cullato si tramutò in ardente passione. […] Le denudò il dorso. Lo spirito del giovane tatuatore si stemperava nell’inchiostro di china e penetrava nella pelle. Le gocce di cinabro delle Ryukyu che, mescolate a alcol, venivano lentamente iniettate erano gocce della sua stessa vita. Quello che vedeva era il colore delle sua anima. Quel tatuaggio era tutta la sua vita. Dentro, adesso che aveva finito, gli restava il vuoto. I due rimasero immobili per un po’. Poi tra le quattro mura della stanza risuonò una voce bassa, roca, vibrante. “Per fare di te una donna splendida ho riversato in questo tatuaggio la mia anima. D’ora innanzi in tutto il Giappone non ci sarà donna che ti potrà eguagliare. I tuoi timori scompariranno. Gli uomini, tutti gli uomini, diventeranno il tuo concime…”. “Maestro, non esiste più paura ora nel mio cuore. E tu, tu sei il mio primo concime.” I suoi occhi luccicavano come lama di spada.
“I wrote I love you” by Lorenz Konrad
I wrote I love you in the sand, a wave came and wiped it away. I wrote I love you in the sand again, and again a wave came to wipe it away. I built a castle made of sand and inside its walls I wrote I love you. A bigger wave came, climbed over the castle and kidnapped those words, once again. “How many times do I have to write I love you before the sea will believe me?” - he asked. “It will take some time, more time than you could possibly have. Do you really think words are the only key to unlock any door? Words are overrated. Words are just like a golden cage where thoughts, acts, feelings and urges live a captive life and cannot escape from. There are things which don’t have words to relate to, things which cannot be owned. You are just a man. A man among many other men. But the sea. There is only one sea. It had many lovers before you, will have many others afterwards, yet not enough love to be filled with.” - she said.
“Autoritratto” by Lorenz Konrad
Non penso di avere il dono della scrittura, penso di averne la necessità lenitiva. A volte ho troppi pensieri. A volte scelgo di non pensarci per poterli scordare. A volte il pensiero di scordarli mi costringe a crocifiggerli su fogli bianchi per non vederli andar via. La penna il mio martello, l’inchiostro nero i miei chiodi. Accattone, collezionista viziato. Privilegiato. Non racconto la verità. Filtro la realtà attraverso me stesso e la restituisco più o meno distorta a seconda di quello che sono ogni volta. Diverso, uguale. Nuovamente diverso e nuovamente uguale. Autoreferenziale, plagiato e plagiatore, di me stesso e degli altri. Figlio del mio tempo e della mia cultura, rinnegatore e traditore. Lineare, ciclico, frammentario. Dispersivo catalogatore. Uomo.